Il "motore" per lo streaming dei brani passaggio in India per Google Music


La versione sperimentale nel subcontinente, presto il lancio negli Usa Ancora incerto il modello di business: ma è probabile che, anche se non sarà gratuito, il servizio avrà un prezzo di abbonamento molto popolare


VALERIO MACCARI


Un nuovo servizio musicale 2.0 per rivoluzionare il modo in cui ascoltiamo – e possediamo – la musica digitale. E che potrebbe porre fine allo strapotere del binomio Apple/iTunes. Google Music è quasi qui: l’attesissimo progetto, primo tentativo del motore di ricerca di entrare nell’agone della distribuzione digitale di canzoni, è infatti nelle ultime fasi di realizzazione. Anzi, in India, paese scelto come sede del progettopilota, è partita la vendita dei primi dischi sul nuovo servizio.

 

In America, contemporaneamente, Google ha iniziato i primi test interni di Music, segno che la data di lancio del servizio non può essere lontana. Anzi, probabilmente avverrà in concomitanza con Ice Cream, la nuova versione del sistema operativo per tablet e smartphone Android di Google.

 

La notizia conferma le indiscrezioni che avevano cominciato a circolare per la rete circa un mese fa, quando proprio uno sviluppatore di Android aveva "scovato" Google Music fra le applicazioni nascoste nella versione Honeycomb – per ora rilasciata solo su alcuni tablet di Samsung e Motorola – del sistema operativo. Altri indizi sull’imminente discesa in campo di Google erano stati dati, in seguito, dalle dichiarazioni del responsabile Mobility di Motorola, Sanjay Jha. Che, in occasione della presentazione del tablet Xoom della casa, che monta la versione Honeycomb di Android, aveva rivelato che il sistema operativo "avrebbe presto avuto un servizio musicale proprietario". Servizio che, secondo quanto rivelato a CNET da fonti interne all’industria musicale, non assomiglierà per niente al suo grande rivale iTunes Store, il negozio virtuale di Apple. Su iTunes, infatti, i clienti comprano e scaricano le canzoni a cui sono interessati, per poi riprodurle più o meno dove vogliono: iPod, iPhone e iPad, ovviamente, ma anche Mac, Pc e riproduttori digitali di altre marche.

 

Google Music, invece, ha optato per un approccio completamente differente. Il servizio sarà uno dei primi esempi di tecnologia cloud applicata al campo musicale: in sostanza, agli utenti non sarà data la possibilità di scaricare in alcun modo le canzoni sul proprio telefonino o tablet. La musica rimarrà ben custodita nei server di Google: sulla nuvola, appunto. E gli utenti potranno ascoltarla direttamente dalla rete, attraverso lo streaming: in pratica, Google trasmetterà i file musicali sui dispositivi mobili abilitati, che li riprodurranno ma non ne salveranno una copia. I clienti di Google Music, quindi, potranno ascoltare canzoni solo quando collegati alla rete. Ma gli svantaggi finiscono qui: per il resto avranno la possibilità di organizzare la propria libreria musicale proprio come se i file fossero realmente in loro possesso, creando liberamente album e playlist.

 

Ancora incerto il modello di business: ma è molto probabile che Google Music, se non gratuito, avrà un costo d’abbonamento molto popolare. Citando le solite "fonti interne", Billboard.biz ha rivelato che la proposta fatta girare da Google negli ambiti dell’industria musicale prevede un canone annuale di 25 dollari per il suo cloud musicale, da dividere 5050 con chi detiene i diritti d’autore. Per questa cifra gli utenti avrebbero a disposizione l’intera infrastruttura del servizio e l’accesso gratuito – almeno per il primo ascolto – a tutte le canzoni in catalogo. Se la proposta non dovesse essere accettata dalle major, Google opterebbe per l’acquisto dei singoli brani, con prezzi però molto competitivi rispetto al mercato. Sempre secondo Billboard, infatti, una canzone dovrebbe costare 49 centesimi: praticamente la metà del prezzo delle canzoni di iTunes, che partono da un minimo di 99 centesimi.

 

Il sistema di streaming musicale preparato da Google permetterà a Music di essere accessibile da praticamente qualsiasi dispositivo collegato ad internet. E, inoltre, aggira ingegnosamente l’ostacolo del libero possesso dei file musicali da parte degli utenti. Una modalità che alle major musicali non è mai piaciuta, ma a cui per ora non hanno potuto rinunciare. Soprattutto a causa dell’insuccesso dei digital rights management, i lucchetti software che permettevano ai file musicali di essere riprodotti solo sul dispositivo su cui erano stati acquistati. Chiamati a volte anche "filigrane" digitali, i DRM lasciano una traccia dell’uso che si è fatto delle canzoni, rendendo impossibile o penalmente rilevante qualsiasi uso al di fuori dei termini del contratto. Inizialmente implementati da tutte le case discografiche, i DRM hanno trovato innanzi a loro una forte ostilità da parte di pubblico e case di distribuzione: anche la Apple, per bocca di Steve Jobs, si dichiarò pubblicamente contraria, spingendo per avere canzoni DRMfree su iTunes. L’utilizzo dei lucchetti digitali, quindi, si è lentamente ridotto: e due grandi major come la Universal e la Virgin, addirittura, hanno smesso del tutto di inserirli nelle canzoni da loro prodotte.

 

Google Music, non concedendo agli utenti la proprietà "fisica" del file musicale, rende del tutto inutile la creazione di sistemi di tracciamento a là DRM. Ma si avventura inevitabilmente in una zona legale "grigia", riguardante la concessione di licenze da parte delle major per la musica in streaming. Sarebbe proprio l’incertezza in questo campo – nuovo sia per Google sia per le etichette musicali ad aver ritardato l’uscita di Google Music. Che infatti è già attivo in paesi con norme legali sul copyright meno stringenti, come Cina ed India. Dove sono già aperti al pubblico dei prototipi del servizio, che a quanto pare stanno godendo di un buon successo popolare. D’altra parte, assicura CNET, le quattro grandi major della musica pop, Universal Music, Sony BMG, Emi e Warner Music, sarebbero volenterose di giungere ad un accordo. Anche perché in questo modo si avrebbe sul mercato della distribuzione di musica digitale un competitore all’altezza di Apple. Il cui iTunes Store, ormai, ha raggiunto una preoccupante posizione di dominio, vedendo passare per le sue strutture circa il 66% degli acquisti globali di musica.

 

[Fonte: Repubblica.it/Affari e Finanza]