L'Economist boccia l'IT italiano


globe_searchAncora cattive notizie sul fronte internazionale. L'Italia esce malissimo da una classifica stilata dalla Eiu, l'Intelligence Unit dell'Economist. Competitività in calo, pochi investimenti nella ricerca e nello sviluppo, grande diffusione - a tutti i livelli - della pirateria informatica e carenza di personale qualificato. Sono i mali del nostro paese che rendono assai poco confortante la radiografia dell'information technology italiana. Nella classifica mondiale di competitività IT per l'anno in corso colloca l'Italia solo al 25° posto, segnando, a vantaggio di Spagna e Estonia, un calo di due posizioni rispetto al 2007. L'Italia è l'unica delle grandi economie a non rientrare nelle prime 20 posizioni. E che un settore IT in buona salute contribuisce direttamente per oltre il 5% al PIL dei Paesi più sviluppati, oltre a influenzare positivamente tutta l'economia, aiutando aziende e lavoratori a essere più efficienti e produttivi. A guidare la classifica sono gli Stati Uniti, mentre il nostro Paese risulta essere nelle ultime postii anche in Europa: peggio di noi, tra i paesi europei presi in esame dalla ricerca, solo il Portogallo (al ventisettesimo posto), e la Grecia (trentatreesima). Per realizzare la classifica è stato creato un indice di competitività. L'Economist ha lavorato per conto della Business Software Alliance, l'organizzazione che raggruppa le maggiori aziende dell'Information Technology, tra cui Apple, Microsoft e Adobe, e che si occupa di promozione della cultura informatica e, soprattutto, della lotta alla pirateria. L'indice prende in considerazione 6 fattori: cultura dell'innovazione, infrastrutture tecnologiche, disponibilità di personale qualificato, quadro normativo sulla proprietà intellettuale, competitività del sistema paese e leadership governativa. Per l'Italia il valore dell'indice è di 45,6 su 100. Ben lontano dal 74,6 degli Stati Uniti e inferiore anche alla media Ue (48,4). L'Italia non figura fra le venti nazioni più avanzate in nessuna delle sei aree. A pesare sull'IT italiano, spiegano i ricercatori dell'Economist, è soprattutto la scarsa competitività e trasparenza dell'intero sistema paese: "nonostante le riforme introdotte nei primi anni '90 abbiano ridotto i rischi operativi per le imprese - bacchetta l'Economist - si è trattato di misure non strutturali e diluite nel tempo, che non hanno risolto le debolezze del sistema, come l'efficacia governativa, il funzionamento del mercato del lavoro, l'incertezza legale e normativa e la mancanza di competitività". Gli investimenti nella ricerca e lo sviluppo, poi, sono bassi, ed è necessario incrementarli. Il settore privato investe circa 147 dollari ogni cento persone. Un valore, sottolineano, al di sotto di quello riportato in altri paesi europei. La Svezia, ad esempio, spende 948 dollari ogni cento abitanti. Gli investimenti governativi sono addirittura inferiori. Le spese governative nella ricerca ammontano circa a 55 dollari per ogni 100 abitanti. Un valore simile a quello di paesi come la Slovenia, la Repubblica Ceca e la Spagna. Dolenti note anche per le infrastrutture informatiche: con 37 computer e 18 connessioni a banda larga ogni 100 abitanti, l'Italia è decisamente al di sotto della media europea. Lo stesso vale per la penetrazione di Internet, che interessa solo il 54% della popolazione. Meglio fanno le imprese: il 91% si è da tempo "convertito" all'utilizzo di internet per i servizi bancari e finanziari e il 95% possiede un sito per comunicare online con il pubblico. Tale livello d'informatizzazione è penalizzato dalla scarsa fiducia che gli italiani ripongono nelle nuove tecnologie. Un atteggiamento che si riscontra soprattutto nei confronti dell'e-commerce, sottolinea l'Economist. Il valore totale delle vendite online nel 2006 è stato, infatti, di 5,33 miliardi di euro, l'1% del valore del commercio "tradizionale" nello stesso periodo. La mancanza di una cultura tecnologica condivisa si riflette anche nella carenza cronica di personale qualificato che le aziende dell'IT si trovano ad affrontare. "Nonostante il settore occupi circa 700mila persone - spiega l'Economist - sono solo 155mila gli studenti che optano per una facoltà scientifica. Un numero basso, data la dimensione della popolazione". C'è poi l'annoso problema dello scarso rispetto del diritto d'autore: "i tassi di pirateria e contraffazione italiani - avverte l'Economist - sono tra i più alti dell'Europa occidentale, e il paese stesso è uno dei maggiori esportatori di merci contraffatte". Un male questo che si ripercuote sull'IT italiano, sottraendo guadagni ai possessori di brevetti e creando sistemi instabili perché fuori controllo. Per combattere il fenomeno, sarebbe urgente la creazione di un solido ambiente normativo per la tutela dei diritti legati alla proprietà intellettuale, sistemi efficaci per la gestione dell'e-commerce e la lotta alla criminalità informatica. Sarebbe fondamentale per assicurare investimenti costanti nella tecnologia e nell'innovazione e rimettere in sesto un settore cruciale.

[Fonte: DellEconomia.it]