Se Google scivola sui diritti d'autore


di Luca De Biase

 

La visione di Google era semplice e chiara. L'azienda americana digitalizzava i libri e li metteva su internet, alimentando l'accesso alla conoscenza, arricchendo la cultura, facilitando le ricerche su grandi quantità di volumi, spesso introvabili. La sola controindicazione era che così facendo si metteva in rotta di collisione con chi deteneva i diritti d'autore. E, in effetti, si è trovata a dover fronteggiare una quantità di cause in materia.

 

Google è andata avanti, convinta di lavorare nell'interesse generale. Il saggista Ken Auletta avrebbe commentato: «È il solito idealismo di Larry Page, co-fondatore di Google. Lui pensa che la conoscenza debba essere liberamente accessibile per tutti». Ma il giudice federale Denny Chin ha ritenuto che la questione fosse più complicata. E con una sentenza di 48, leggibilissime pagine ha bloccato l'iniziativa dell'azienda.


La sentenza viene accolta con favore dalla Microsoft e da Amazon, da molti autori ed editori, dall'Unione europea. Eppure è una sentenza che di fatto ferma una grande opera culturale e limita la disponibilità di conoscenza per l'umanità. Come se ne esce?

 

Google aveva pensato di implementare la sua visione con pragmatismo: era partita dai libri che sono ormai nel pubblico dominio, ha continuato con i libri "orfani", il cui copyright è detenuto da persone irreperibili, e intendeva proseguire con i libri fuori catalogo. È arrivata a digitalizzare 15 milioni di libri, convinta che alle eventuali controversie avrebbe pensato in seguito: se qualche detentore di diritti avesse protestato, avrebbe subito eliminato il suo libro dal database. Un comportamento analogo a quello che tiene YouTube, la piattaforma video della stessa Google.

 

Sembrava che i fatti le dessero ragione. Questo era il senso che si poteva leggere nell'accordo stretto dall'azienda americana con l'Authors Guild e l'Association of American Publishers, che rappresentano un gran numero di autori ed editori degli Stati Uniti: in base a quell'accordo venivano ritirate le cause intentate contro Google da quelle associazioni in cambio di 125 milioni di dollari. Ma altri autori ed editori non erano d'accordo. Microsoft e Amazon si opponevano, considerando l'iniziativa di Google come la creazione di una piattaforma monopolistica. E i detentori di diritti europei ritenevano infranti gli accordi internazionali. Chin ha dato ragione ai critici di Google, ordinando che la digitalizzazione avvenga solo con l'assenso dei detentori di diritti.

 

Insomma, da una situazione in cui il detentore di copyright deve chiedere che il suo libro sia tolto dal servizio di Google, si passa alla condizione opposta, nella quale è Google a dover chiedere il permesso al detentore dei diritti prima di digitalizzare il libro.

 

Google ha sostenuto che questa soluzione non è operativamente sostenibile, soprattutto per i libri orfani. Ma pochi giorni prima della sentenza, a Bruxelles è stato presentato il progetto Arrow. E questo ha cambiato molte cose.

 

Arrow, in effetti, è una piattaforma che consente di trovare facilmente il detentore del copyright dei libri. È finanziata dalla Commissione europea ed è pronta a operare. Le norme europee richiedono che venga usata, perché sono da tempo in linea con quanto deciso dal giudice Chin per gli Usa. E sembra coniugare la semplicità d'uso con il labirinto giuridico del copyright nell'era digitale.

 

Per i critici, la strategia di Google era quella di digitalizzare in fretta il maggior numero di libri possibile per conquistare una posizione centrale nel futuro dei libri: una visione dell'interesse generale che coincideva un po' troppo con l'interesse privato. Dopo la sentenza di Chin e con l'arrivo di Arrow, la stessa Google può dimostrare che intende davvero contribuire alla cultura di tutti: perché è emersa una soluzione nella quale l'accesso ai libri può essere favorito con una tecnologia comune, non privata, e con molte piattaforme, non una sola.

 

[Fonte: Il Sole 24 ORE]