Archivio: P2P

RIAA: il giudice affondi LimeWire

Per la lobby dei discografici statunitensi le operazioni della società che sta dietro a uno dei più popolare client per file sharing deve chiudere i battenti. Subito. Per evitare ulteriori danni al mercato


Roma - Non è bastata alla RIAA la sentenza con cui la corte di New York aveva fatto a fette LimeWire. I rappresentati della Record Inustry Association of America hanno inviato una richiesta formale al giudice che si era occupato del caso, chiedendo di far cessare immediatamente ogni attività connessa alla società che ha prodotto uno dei più popolare sofware di condivisione (P2P) attualmente in uso.



Il motivo addotto dagli industriali è quello di prevenire ulteriori danni economici al settore: "È ovvio - hanno scritto gli avvocati della RIAA - che le operazioni di LimeWire debbano cessare subito, dal momento che la stessa è stata giudicata colpevole di indurre i propri utenti alla violazione di copyright". La dichiarazione si conclude con la promessa di reiterare la richiesta giorno per giorno, fino a quando non verrà emessa l'ordinanza definitiva.

 

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PIRATERIA: RUBERA’ 1,2 MILIONI DI POSTI ALL'INDUSTRIA CREATIVA

STUDIO, 240 MILIARDI DI DANNI IN 5 ANNI. SAGLIA, PRONTI A COMBATTERLA

 

I pirati digitali nei prossimi 5 anni ‘ruberanno’ alle industrie creative europee (cinema, musica, tv) un ‘bottino’ da 240 miliardi di euro e 1,2 milioni di posti di lavoro. L’allarme lo lancia un rapporto della società di consulenza ‘Tera Consultants’, discussa nell’ambito delle Giornate mondiali sulla proprietà intellettuali.

 

Una ricerca a tinte fosche: chi scambia musica online, copia cd o scarica illegalmente un film ha contribuito - sostiene il rapporto - ha ‘bruciato’ nel 2008 in Europa 9,9 miliardi di euro di mancati ricavi, causando la perdita di 186 mila posti di lavoro nelle aziende di settore. Forte anche le perdite per l’industria digitale in Italia: -1,4 miliardi di euro, con 22.400 dipendenti rimasti senza impiego. E lo scenario diventa peggiore se si guarda al futuro: nel 2015 a livello europeo la pirateria online e le altre forme di ‘contraffazione’ del diritto d’autore cancelleranno 56 miliardi di euro di ricavi. E complessivamente nei prossimi 5 anni le industrie creative europee lasceranno sul campo, sotto i colpi dei ‘pirati’, 240 miliardi di euro e 1,2 milioni di posti di lavoro.

 

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L'ardua impresa di monetizzare la musica su Internet

Quanti album bisogna vendere su iTunes per guadagnare 850 euro? Almeno milleduecento. E quanti streaming su Spotify? Oltre quattro milioni. Le dure cifre della realtà pubblicate in una ricerca online. Qualche riflessione.

La monetizzazione della musica registrata su Internet, questa sconosciuta. Qualche giorno fa, il sito Information Is Beautiful ha pubblicato una tabella che mette a confronto i volumi di dischi/download/streaming necessari a un artista per raggiungere l’agognato stipendio minimo mensile di 1160 dollari (più o meno 865 euro). I dati sembrano parlare chiaro. Per mettere in saccoccia 1160 dollari, l’artista ha bisogno di vendere 143 cd autoprodotti. Oppure, di piazzare 1229 album in download su iTunes. O ancora di far ascoltare… 4 milioni e mezzo di canzoni su Spotify.

La tabella non va presa come oro colato. Gli stessi autori spiegano che i dati non rispecchiano l’intero e iper-complesso sistema delle royalties discografiche (diritti meccanici, connessi, ecc. ecc.) e che in alcuni casi i valori potrebbero variare (la giungla dei negoziati fa sì che i contratti siano differenti da paese a paese, da etichetta a etichetta, da artista ad artista). La differenza però risalta in tutta la sua chiarezza. Nel mondo fisico dei mattoni e dei cd, la musica registrata ha un valore. In quello digitale dei bit e degli MP3, ne ha uno completamente differente. Se da un lato i quattro milioni e mezzo di ascolti necessari per guadagnare meno di mille euro su Spotify sembrano confermare le perplessità delle case discografiche, che dopo aver spinto molto il servizio svedese nel 2009 oggi sembrano molto più titubanti di fronte al suo modello di business, dall’altro appaiono come l’inesorabile segno dei tempi. Il tipo di fruizione musicale che si sta sviluppando su Internet – ubiqua, universale, quasi infinita – non può che portare, automaticamente, a un  radicale deprezzamento commerciale per unità. Il disperato tentativo di conciliare vecchie tradizioni (e vecchi flussi di cassa) con nuove coordinate digitali sembra destinato al fallimento.

 

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PIRATERIA: CONFINDUSTRIA CULTURA A MARONI, NON LA AIUTI

“Non si sentiva il bisogno di un intervento del Ministro degli Interni per incoraggiare i pirati a svolgere la loro attività che in un solo anno ha provocato alle industrie creative una perdita di 185.000 posti di lavoro”.

 

Lo dice Confindustria cultura Italia, commentando la le dichiarazioni di Maroni che qualche giorno fa aveva ammesso di scaricare gratis musica dalla rete. “Solo in Italia, che è all’avanguardia nell’illegalità, i posti di lavoro perduti sono stati 22.400″, fa notare l’associazione di cui fanno parte Afi, Agis, Aie, Anes, Anica , Apt, Fimi, Pmi e Univideo. Ma “ciò che ancor più preoccupa è che alla provocazione del Ministro Maroni è seguito un assordante silenzio”.

 

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